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  Data di pubblicazione 22 febbraio 2010

 

ODCEC Latina Versione sperimentale
  Hanno collaborato: Dott. Massimo Mastrogiacomo, Dott. Giuseppe Alpestri, Dott. Anna Carcuro, Dott. Romeo Emiliozzi, Dott. Gianluca Galatà, Dott. Emilio Gianfelice, Dott. Pierluigi Rosano, Dott. Augusto Tamburini, Dott. Ernesto Testa, Dott. Cesare Toselli, Dott. Pasquale Carroccia, Dott. Fausto Patrignani
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I N D I C E
Racconto - "Soglie di fattibilità" (4° parte)
Autore: Dott. Guido Marcelli
Pubblicato in data: 22 febbraio 2010
ODCEC Latina

Quando K. si riebbe era mattina presto. Faceva un freddo cane, la neve era caduta abbondante su tutta Praga e lontano, sullo sfondo, nella direzione che chiamiamo est, l’orizzonte si andava colorando delle luci grigio-rosate dell’alba. Sulle prime K., quasi congelato, faticò molto a capire chi fosse e cosa facesse mezzo sepolto nei pressi d’un giardino abbandonato sotto un cumulo di neve ghiacciata.

Poi pian piano ricordò di chiamarsi K., che era giunto a Praga come un turista qualunque e che, diversamente da un turista qualunque, era stato dichiarato fallito, o comunque, per combinazione o fatalità, era finito nella tana del lupo - alias Tempio della Giustizia – dove un giudice delegato lo aveva sottoposto ad un istituto arcaico creduto perduto chiamato interrogatorio abissale.

Di questo interrogatorio abissale, il cui solo nome evoca l’idea di torture medioevali e sentori di Santa Inquisizione, egli ricordava poco, se non quasi nulla, a parte la chiusa finale, durante la quale gli era stato concesso il privilegio proprio del condannato a morte, che è quello di fumarsi l’ultima sigaretta.

E’ vero che dopo la concessione di tale privilegio K. aveva avvertito una fitta tremenda propagarsi nelle anse del suo intestino fallimentare, ma è parimenti vero che ora, come si diceva poc’anzi mezzo congelato, non sentiva proprio nulla, a parte quel senso di sonno incipiente che è tipico di coloro che stanno per morire assiderati.

Egli sapeva, per averlo letto da qualche parte, che la morte per assideramento non è poi una brutta morte, o quantomeno è una morte meno brutta di altre, poiché dopo l’aspra lotta iniziale contro le condizioni avverse, il corpo cede gradualmente alla morsa del freddo per poi scivolare verso il dolce sonno che prelude alla quieta ultimativa dell’insensibilità assoluta.

Dunque, se proprio doveva morire, e morire per mano della Legge, in esito ad un processo fallimentare celebrato davanti al giudice delegato, ebbene tanto valeva che la sua vita terminasse in quel modo, sotto un cumulo di neve nei pressi di un giardino abbandonato, piuttosto che in modo sicuramente atroce, in territorio sconsacrato e sottoposto alla pubblica gogna del popolo vociante in cerca di uno spettacolo d’eccezione tanto crudele quanto suggestivo. Proprio mentre pensava queste cose e, in tal modo, si accingeva a chiudere gli occhi per sempre, udì un rumore di passi pesanti in avvicinamento nella neve.

 
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