“Mah” fece confuso K., “tutte e nessuna, anzi ora che ci penso una sopra a tutte. Se il giudice è delegato, giacché lei così lo chiama, chi è che lo ha investito della delega?”
Il curatore sorrise.
“Di tutte le domande che potevi rivolgermi, mi hai rivolto quella più idiota, giacché la domanda più idiota è quella che richiede la risposta più scontata. E questa risposta è che la delega scende dall’alto, di modo che il giudice, che giudica dal basso, siccome il materiale sottoposto al suo giudizio rigurgita dalla cloaca più profonda, possa giudicare dal basso attraverso un’investitura che procede dall’alto.”
“Questa è una risposta apparente” osservò K.
“Una domanda apparente impone una risposta apparente.”
“Dunque ora ne so quanto prima.”
“Sì, ne sai quanto prima, ma imparerai presto, giacché si impara in fretta, quando si apprende sulla propria pelle. Adesso mi hai rotto i marroni, posso tollerare tutto ma non i falliti che fanno domande, poiché i falliti che fanno domande sono la peggior specie di falliti, i cosiddetti falliti pseudo-intellettuali, i quali tentano di arginare il proprio fallimento attraverso ragionamenti sterili ed elucubrazioni manicomiali, mentre il fallimento nient’altro è se non la putrefazione della materia, e di fronte alla cancrena della carne c’è ben poco da ragionare, ma semmai solo da turarsi il naso. Ora vai, è veramente tempo che tu compaia avanti al giudice delegato.”
Il curatore rilasciò la mano di K.
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“Dunque sono libero?” domandò K.
“Sì, libero di comparire avanti al giudice delegato, giacché è scritto che la comparizione del fallito dinanzi al giudice delegato avvenga a capo scoperto e senza vincoli apparenti, mentre la stretta del curatore è un vincolo, ancorché non esageratamente apparente. Sicché, per quanto non ne abbia voglia, per il momento io debbo lasciarti. Ma ovunque andrai - vicino o lontano, avanti o indietro, in alto o in basso, sopra o sotto che sia - lì io sarò a vigilare affinché la sentenza che ti riguarda si abbia a compiere secondo la prescrizione esatta contenuta nel suo precetto.”
Se il curatore aveva concluso il discorso - e in effetti pareva proprio che lo avesse concluso - non c’era più nulla da dire né altro da fare. Anzi, una cosa c’era ancora da fare, ed era procedere a capo chino in direzione dell’abside, il luogo più intimo e raccolto dell’edificio ecclesiastico-giudiziario, alias zona sacra del tribunale dei fallimenti, dove secondo una facile previsione, orribili a vedersi, si spalancavano le fauci feroci dell’onorevole giudice delegato. Ora davvero la frase di avvertimento scolpita sulla colonna rivelava tutta la sua drammatica capacità visionaria. K. era entrato nel tempio sacro del fallimento senza permesso, K. aveva trasgredito la regola, K. aveva violato la Legge, ed ora il padrone di casa, ovvero appunto la Legge, veniva a cercarlo con le sue immense braccia tentacolari, quelle braccia create ad arte per intrappolare e chiudere in un angolo e soffocare e non lasciare scampo, giacché secondo quanto è riportato nelle sacre scritture, non v’è violazione commessa alla quale non segua la punizione... [per leggere l'intero racconto clicca qui]
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